Voce su Luigia Fortunato
Luigia Fortunato, 33 anni, è stata trovata morta all'interno della propria abitazione nel corso della tarda serata del 9 luglio 2026 a Loreto, un comune della provincia di Ancona.[1][2]
A lanciare l'allarme al 112 sarebbero stati alcuni vicini di casa, dopo avere visto il compagno della vittima, Sami Khemaies, un tunisino di 38 anni, barcollante in strada, in evidente stato di choc e con gli indumenti intrisi di sangue. L'uomo avrebbe riferito ai passanti: "L'ho ammazzata", poi si sarebbe allontanato dal posto. Poco prima, lo stesso avrebbe inviato un messaggio alla madre di Luigia Fortunato, annunciando di avere tolto la vita alla compagna.[3]
Nei minuti seguenti i Carabinieri e il personale sanitario hanno fatto irruzione nell'appartamento della trentatreenne, situato al quinto piano di un condominio in via Donato Bramante, e hanno rinvenuto il corpo della vittima esanime sul pavimento. La donna sarebbe stata uccisa con oltre 20 coltellate. Si è rivelato inutile qualsiasi tentativo di rianimarla. Troppo gravi le ferite inferte con l'arma da taglio utilizzata dall'assassino.
Uno scorcio della Basilica Pontificia della Santa Casa di Loreto, in provincia di Ancona, dove sono stati celebrati i funerali di Luigia Fortunato (di Massimo Roselli, licenza CC BY-SA 2.5)
La trentatreenne, originaria di Cerignola (Foggia), era da anni residente a Loreto. In passato aveva lavorato come cameriera, mentre negli ultimi tempi era impiegata come operaia in una ditta della zona. La donna era anche madre di un figlio di 8 anni, nato proprio dall'unione con Sami Khemaies.[1][2] Il tunisino era arrivato nelle Marche da anni e, nel settembre del 2015, si era trasferito a Loreto dopo il matrimonio con Luigia Fortunato.
La loro relazione era durata oltre dieci anni e la convivenza era proseguita anche dopo una temporanea separazione, nel tentativo di garantire al bambino la presenza di entrambi i genitori.[4] Il nordafricano lavorava come magazziniere e frequentava una palestra della città. Il suo volto era già noto alle forze dell'ordine, infatti l'uomo aveva preso parte a un giro di spaccio di droga al River Village, un complesso residenziale in zona Pineta a Porto Recanati (Macerata). Per quei traffici, consumati tra il 2017 e il 2019, la Procura di Macerata aveva chiesto 4 anni e 4 mesi di reclusione, ma il giudice lo aveva condannato a 3 anni e 2 mesi con rito abbreviato.[3]
Il 10 settembre 2020, mentre era ai domiciliari, Khemaies aveva reciso il braccialetto elettronico ed era fuggito in Tunisia, compiendo un'evasione. Dopo essere ritornato in Italia, l'uomo aveva spiegato davanti al giudice di essere partito per la morte del padre. A spingerlo a tornare nelle Marche sarebbe stata la moglie Luigia Fortunato, poiché temeva che un arresto all'estero gli avrebbe impedito di rivedere il figlio. Per quell'episodio, la Procura di Macerata aveva chiesto un anno, ma l'imputato fu condannato a 5 mesi e 20 giorni per evasione e danneggiamento.[3]
Le tensioni tra Khemaies e Fortunato sarebbero iniziate nel 2020. I due si erano separati, ma avevano continuato a vivere nella stessa casa.[4] Una scelta, secondo i familiari della vittima, voluta dalla donna per permettere al bambino di crescere con la presenza del padre. Tuttavia, la convivenza era caratterizzata da episodi turbolenti, connotati da un contesto di conflittualità anche per la gestione del figlio. La famiglia, in ogni caso, non era in carico ai servizi sociali, né si erano registrati episodi di violenza che facessero presagire un epilogo mortale.[5]
L'ultima lite tra le mura domestiche, poco prima dell'omicidio la sera del 9 luglio 2026, sarebbe stata legata a questioni inerenti il figlio della coppia e relative al centro estivo frequentato dal bambino.[4] Dopo avere compiuto il delitto, Khemaies si è spostato a Porto Recanati dove, nel corso della notte, si è costituito alla locale caserma dei Carabinieri. Dinanzi agli inquirenti, il trentottenne ha confessato le proprie responsabilità. I militari lo hanno sottoposto a fermo e condotto in carcere con l'accusa di omicidio volontario aggravato dal vincolo familiare.[5][6]
Secondo quanto ricostruito, il tunisino avrebbe tentato di giustificarsi, riferendo ai militari di avere ricevuto delle presunte minacce di morte da parte della compagna convivente: «Luigia mi ha insultato davanti a mio figlio e a mia suocera, intimandomi "O te ne vai da casa oppure faccio venire i miei parenti da Cerignola e ti faccio uccidere". Mia moglie ha preso un coltello e me l'ha puntato contro, io ho reagito e gliel'ho strappato di mano».[3]
Una versione a cui i familiari della vittima non hanno dato credito. A loro dire, invece, la donna era costretta a subire maltrattamenti per le condotte violente del convivente: "Ora ci diamo tutti la colpa. Sapevamo che il compagno era una persona violenta, ma Luigia non lo aveva mai denunciato per tutelare il bambino. Mai avremmo pensato che potesse finire così".[4] Sul caso si è espressa anche l'avvocata della famiglia Fortunato: "Luigia non era nota ai servizi sociali perché era una madre meravigliosa e irreprensibile. In quella famiglia non c'era conflittualità, ma un padre disfunzionale con precedenti di reato. Lei sollecitava l'uomo a riabilitarsi, consentendogli di avere contatti con il figlio".[7]
Il successivo 13 luglio 2026, nel corso dell'udienza di convalida del fermo, Khemaies ha sostanzialmente ribadito quanto precedentemente sostenuto ai militari dopo essersi costituito alla caserma dei Carabinieri di Porto Recanati. Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato il fermo per la mancanza del pericolo di fuga, ma ha comunque disposto la custodia cautelare in carcere per il reo confesso.[8][9]
Secondo i primi risultati dell'esame autoptico disposto dalla Procura, Luigia Fortunato è stata colpita con più di cinquanta fendenti all'addome e alle gambe. Considerate le ferite riscontrate anche sugli avambracci, la donna avrebbe provato, invano, a difendersi durante la violenta aggressione mortale.[7][10]