Voce su Aneta Katarzyna Danelczyk
Aneta Katarzyna Danelczyk, 50 anni, fu uccisa dal marito Albano Galati, 56 anni, il 16 marzo 2024 a Taurisano in provincia di Lecce.[1][2]
Uno scorcio di Piazza Castello a Taurisano in provincia di Lecce (di TommasoPaiano, licenza CC BY-SA 4.0)
Il delitto si consumò nel tardo pomeriggio, quando l'uomo cominciò ad aggredire la moglie a coltellate all'interno dell'abitazione della coppia. La donna, chiamata Stefy dai conoscenti più stretti, aveva tentato di scappare e si era rifugiata nell'appartamento di una vicina di casa, ma non riuscì a salvarsi. In quel frangente Galati aveva aggredito anche la vicina. Quest'ultima, rimasta ferita, fu successivamente trasportata in ospedale, non in pericolo di vita.
Dopo il delitto, l'uomo si recò in un bar, poi venne condotto al locale Commissariato. Sottoposto a colloquio con gli inquirenti, avrebbe avuto un malore. Nel frattempo gli agenti della Polizia di Stato e il personale del 118 erano intervenuti nell'abitazione per soccorrere le vittime. La signora Danelczyk perse la vita poco dopo l'arrivo dei sanitari. Troppo gravi le lesioni subite nel corso dell'aggressione da parte del marito.[3]
La coppia era sposata da circa vent'anni. I due si sarebbero conosciuti in Svizzera, dove entrambi lavoravano, poi successivamente si erano trasferiti a Taurisano, nel paese d'origine di Galati. La donna invece era originaria della Polonia. Dalla loro relazione erano nati quattro figli, tre maschi e una femmina. Solo il figlio dodicenne sarebbe stato presente nell'abitazione, prima che la madre fuggisse via per tentare di salvarsi. Il ragazzino, però, si sarebbe trovato in un'altra stanza e non avrebbe assistito al delitto.
Marito e moglie non vivevano sotto le stesso tetto, infatti negli ultimi tempi l'uomo si era trasferito temporaneamente in un'altra abitazione. Stando alle testimonianze raccolte dagli investigatori, Galati si era recato a casa della signora Danelczyk nel corso del pomeriggio del 17 marzo in uno stato di forte alterazione psicofisica. Dopo avere inveito contro la donna, cominciò ad aggredirla a coltellate. Non risulterebbero tuttavia pregresse segnalazioni o denunce per maltrattamenti o violenza domestica riguardanti la coppia.
Il cinquantaseienne, dopo essersi ripreso dal malore in Commissariato, avrebbe ripetuto diverse volte di non ricordare quello che era successo. Non sarebbe dunque riuscito a ricostruire i momenti antecedenti all'omicidio della coniuge. Dopo le formalità di rito, l'uomo fu condotto in carcere.[4] Galati era in cura presso un centro di igiene mentale al quale si era rivolto spontaneamente. Il cinquantaseienne lavorava come netturbino, ma aveva perso l'impiego in seguito a problemi di salute.[5]
Il successivo 19 marzo, dinanzi al giudice per le indagini preliminari, l'uomo si avvalse formalmente della facoltà di non rispondere, riferendo di continuare ad avere dei vuoti di memoria. Nei suoi confronti fu convalidato il fermo e la custodia cautelare in carcere. Oltre all'omicidio della moglie, il cinquantaseienne fu anche accusato del tentato omicidio della vicina di casa.[6]
L'esame autoptico aveva rilevato oltre venti fendenti d'arma da taglio sferrati sul corpo della vittima.[7] Nei mesi successivi, i difensori di Galati presentarono una consulenza di parte secondo cui il proprio assistito, a seguito di una provocazione psicologicamente intensa, sarebbe entrato in uno stato dissociativo che avrebbe inciso sulla sua capacità di intendere e di volere. Una condizione che si sarebbe verificata nel momento del delitto e che gli avrebbe causato anche la perdita della memoria, per cui l'uomo non ricordava nulla dell'aggressione mortale ai danni della moglie avvenuta il precedente 16 marzo.
Per accertare il suo stato di salute mentale, la pericolosità sociale e la capacità di stare in giudizio, il gip aveva disposto una perizia psichiatrica sull'indagato.[8] Nei mesi seguenti, l'esame aveva stabilito per Galati la piena capacità di intendere e di volere, nonché la capacità di sostenere un processo. Nell'autunno del 2024 la Procura di Lecce chiuse le indagini. Secondo gli accertamenti, la vittima fu uccisa con 29 coltellate, ma le analisi dei dispositivi telefonici in uso al marito non avevano fatto emergere elementi sufficienti per contestare l'aggravante della premeditazione.[9]
Nel marzo del 2025 l'ex netturbino fu rinviato a giudizio per l'omicidio della moglie, aggravato dal vincolo coniugale. Il giudice per le udienze preliminari aveva respinto l'eccezione di legittimità costituzionale sull'ergastolo, sollevata dai legali dell'imputato.[10] Nel corso del dibattimento, celebrato alla Corte d'Assise di Lecce, emerse che la signora Danelczyk era affetta da una grave disabilità, riconosciuta al 100%. Una circostanza che avrebbe compromesso in modo significativo la sua capacità di reagire e di difendersi durante l'aggressione mortale. Per questo motivo, la pubblica accusa contestò anche l'aggravante della minorata difesa.
La Chiesa della Trasfigurazione del Nostro Signore Gesù Cristo a Taurisano dove sono stati celebrati i funerali di Aneta Danelczyk (su concessione di BeWeB - Beni Culturali Ecclesiastici in Web)
D'altro canto, i legali difensori avevano richiesto la testimonianza in aula di Galati. Tuttavia nel giorno della deposizione, il 17 febbraio 2026, l'uomo rinunciò e si avvalse della facoltà di non rispondere. Nella stessa udienza, tra i vari testimoni, fu ascoltato anche il consulente della difesa, che aveva illustrato ai giudici il quadro clinico dell'imputato, caratterizzato da problematiche di natura psichiatrica che avrebbero inciso sulla piena consapevolezza processuale e sulla capacità di intendere e di volere nel momento del delitto.
Una valutazione che, però, fu contestata dalle parti civili, che ribadirono l'esito della perizia disposta dal gip, secondo cui, non era compromessa né la capacità di intendere e di volere al momento del fatto, né quella di partecipare coscientemente al processo.[11] Nel corso del dibattimento furono ascoltati anche i tre figli della coppia, che descrissero un quadro familiare caratterizzato da continui litigi. Due di loro, tra l'altro, sottolinearono pure che il padre picchiava ripetutamente la madre.[12]