Voce su Geraldine Yadana Sanchez Nuñez
Uno scorcio della Chiesa dei Santi Gervaso e Protaso a Macherio, in provincia di Monza e Brianza, dove sono stati celebrati i funerali di Geraldine Sanchez (di Syrio, licenza CC BY-SA 4.0)
Geraldine Yadana Sanchez Nuñez, 33 anni, fu trovata morta a Macherio, in provincia di Monza e Brianza, nel corso della tarda serata del 16 luglio 2025.[1]
Il corpo senza vita della donna fu rinvenuto intorno alle 23:30 in una strada sterrata, a ridosso di un edificio abbandonato in via Visconti di Modrone, poco distante dalla sua abitazione nel centro di Macherio. La vittima presentava evidenti segni sul collo, indicativi di uno strangolamento.
L'allarme scattò diverse ore prima, verso le 19:30, quando la mamma della trentatreenne si era rivolta alle forze dell'ordine perché non riusciva più a mettersi in contatto con la donna. I figli della vittima, accompagnati dai Carabinieri, ripercorsero il tragitto casa-lavoro di Geraldine Sanchez, fino al ritrovamento del corpo esanime.[2] Sul posto intervennero anche i soccorritori della Croce Bianca di Biassono, che tentarono invano di rianimare la trentatreenne per circa due ore.[3]
Nei dintorni si aggirava il marito della vittima, Alexander Vilcherrez Quilla, 33 anni. L'uomo aveva tentato di fuggire dal posto, ma fu bloccato dai Carabinieri che, successivamente, lo condussero in caserma e lo sottoposero a fermo di indiziato di delitto. Nell'interrogatorio dinanzi ai militari, il trentatreenne si avvalse della facoltà di non rispondere. Al termine delle formalità di rito, fu condotto in carcere con le accuse di omicidio volontario e atti persecutori aggravati dal legame affettivo con la vittima.[4]
La coppia era originaria del Perù. I due erano formalmente sposati, ma non vivevano più insieme da anni. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l'ex compagno avrebbe atteso la donna mentre tornava dal lavoro, poi l'avrebbe costretta ad entrare con lui nell'immobile abbandonato, dove si consumò l'aggressione mortale.[4] Dopo averla strangolata, l'uomo si impossessò dello smartphone della vittima per scattarsi un selfie, postato poi sui social con la scritta "Verdadero amor" (Amore vero).[2][5]
Geraldine Sanchez lavorava come badante e colf. Secondo quanto riferito dallo zio della vittima, un anno prima la donna aveva lasciato Lima (capitale del Perù), assieme ai figli adolescenti di 14 e 17 anni, per sfuggire alle violenze di Alexander Quilla, ex compagno e padre dei due figli, già denunciato più volte nel paese d'origine.[6] A Macherio la trentatreenne aveva trovato rifugio con l'aiuto della mamma e dello zio, che già viveva in Brianza da cinque anni.
Alexander Quilla sarebbe arrivato in Italia circa cinque o sei mesi prima del delitto e si era accampato nell'ex caserma abbandonata di via Visconti di Modrone, non molto distante dall'abitazione dell'ex compagna, vivendo di espedienti. Nel corso dei mesi avrebbe continuato a perseguitare Geraldine Sanchez, con l'ossessione di convincerla a riallacciare la relazione ormai terminata. I Carabinieri lo avrebbero persino denunciato per molestie.[5]
Il 19 luglio 2025, nell'interrogatorio di garanzia di fronte al giudice per le indagini preliminari, Alexander Vilcherrez Quilla aveva confessato l'omicidio dell'ex compagna: "L'ho strangolata, ma non volevo ucciderla". Il peruviano avrebbe anche confermato l'episodio del selfie scattato dopo l'aggressione mortale: "Volevo solo dimostrare tutto il mio amore per lei". Il giudice convalidò il fermo richiesto della Procura e confermò la custodia cautelare in carcere per il reo confesso.[5]
Nei mesi successivi, il difensore dell'uomo aveva presentato un ricorso al Tribunale del Riesame di Milano per chiedere l'annullamento dell'imputazione di stalking. Secondo gli inquirenti, il trentatreenne aveva sottoposto l'ex compagna a reiterati atti persecutori. Il legale del peruviano, invece, sostenne che la donna non si sentisse vessata dai comportamenti di Alexander Quilla, tanto che in alcune occasioni gli avrebbe permesso di entrare in casa per lavarsi o gli avrebbe fatto avere una coperta nell'edificio diroccato di via Visconti di Modrone, dove l'uomo si era sistemato.
I giudici, tuttavia, rigettarono il ricorso. Al termine delle indagini, la Procura di Monza confermò l'accusa di atti persecutori, oltre a quella di omicidio volontario aggravato dalla relazione affettiva avuta con la vittima. Nel gennaio del 2026 fu disposto il giudizio immediato a carico del reo confesso.[7]