Pesaro. Omicidio Ana Cristina Duarte. Il marito in aula: "Quella sera mi è salita la rabbia e l'ho colpita".

Immagine della notizia (Immagine di Simone Lugarini su Wikimedia Commons — CC BY-SA 4.0)

Pesaro. Omicidio Ana Cristina Duarte. Il marito in aula: "Quella sera mi è salita la rabbia e l'ho colpita".

Ha raccontato la sua verità davanti alla Corte d'Assise di Pesaro. L'imputato, Ezio Di Levrano, autista di bus di 55 anni, è accusato di aver accoltellato a morte la moglie Ana Cristina Duarte Cortesia, 38enne brasiliana, in un casolare in via Papa Celestino V in località Saltara a Colli al Metauro, il 7 settembre 2024. La coppia aveva tre figli di 6, 13 e 14 anni.

Il capo di imputazione formulato dalla sostituta procuratrice Irene Lilliu parla di omicidio volontario aggravato dal rapporto di coniugio, dalla presenza dei figli minorenni, dalla crudeltà per le otto coltellate inferte, dai futili motivi e dai maltrattamenti in famiglia. Non viene contestata la premeditazione.

Di Levrano ha reso l'esame davanti alla Corte. «Quella sera Ana aveva ricevuto una video chiamata». Dall'altra parte della cornetta c'era un ragazzo albanese. Per Di Levrano quell'uomo avrebbe avuto un rapporto extraconiugale con la moglie. «Sapevo che si vedevano. L'avevo anche incontrato per farlo smettere. Ho provato a spegnere il telefono, mi è salita la rabbia, ho visto il coltello sul tavolo, l'ho preso e l'ho colpita».

Poi ha sentito due dei tre figli che lo chiamavano. «Ero inerte, paralizzato dal gesto che avevo fatto. Speravo che i soccorsi potessero salvarla. Una cosa che non doveva succedere». Il pm ha ricostruito il rapporto tra i due, fin dal 2006, quando si erano conosciuti in Brasile. Poi le due denunce per maltrattamenti, in seguito ritirate dalla vittima.

Di Levrano ha negato tutto. «Non la picchiavo. Amo ancora mia moglie, non è cambiato nulla, la porto dentro di me». Tanto da rivelare di aver presentato una istanza in carcere, rigettata. «Volevo portare dei fiori sulla tomba di Ana. Dicono che provi odio per lei, non è vero. Volevo andare sulla lapide per chiederle scusa».

Al termine dell'udienza, l'avvocato dell'imputato, Salvatore Asole, ha sottolineato: «Quella sera ha commesso un delitto d'impeto, lo abbiamo ricostruito attraverso messaggi, testimonianze e verbali. È stata una provocazione crescente nei confronti del Di Levrano, una rabbia che lo ha portato a commettere l'omicidio. Chiederemo le attenuanti su questo punto, che a nostro avviso sono prevalenti rispetto a quelle contestate».

Le avvocate della famiglia della vittima, Francesca Conte e Renata Bueno, hanno evidenziato: «Le carte raccontano una storia diversa dalla versione dell'imputato. Presenteremo una memoria dove ci sono gli atti di quanto era accaduto già in Sardegna». Un'amica di Ana Cristina Duarte, sentita poco prima come testimone, ha raccontato che la donna le aveva confidato i maltrattamenti subiti. «Mi disse che il marito la picchiava, voleva andare via di casa perché aveva paura di morire». (di Luigi Benelli – Centropagina)

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