Pesaro. Omicidio Duarte. La Procura chiede l'ergastolo, ma per la difesa c'è l'attenuante della provocazione.
La sentenza per Ezio Di Levrano arriverà il 24 giugno. Nel processo per il femminicidio della moglie Ana Cristina Duarte, dopo la richiesta dell'ergastolo da parte della pm Irene Lilliu, a parlare stavolta sono state le parti civili e la difesa.
Al centro della discussione le aggravanti che, se riconosciute dalla Corte d'Assise di Pesaro, determinerebbero la condanna al carcere a vita: crudeltà, futili motivi, maltrattamenti, oltre all'aver commesso il delitto davanti ai figli minorenni, nella casa di famiglia a Saltara di Colli al Metauro, nel settembre del 2024.
Per l'avvocato difensore Salvatore Asole, quello di Ana Cristina Duarte fu un omicidio d'impeto. Otto coltellate sferrate in pochi secondi, in preda a uno stato di alterazione psicofisica. Di Levrano – che quella notte aveva assunto alcol e cocaina – impugnò il coltello dopo aver assistito a una videochiamata tra la moglie e un altro uomo.
Secondo il legale, va riconosciuta perciò l'attenuante della provocazione, "mentre vanno escluse le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi, essendo un delitto d'impeto". Escluderle vorrebbe dire, con tutta probabilità, niente ergastolo.
Di segno opposto le valutazioni delle legali che rappresentano la madre di Ana Cristina Duarte e i tre figli, e che si associano alle conclusioni della Procura: il femminicidio sarebbe stato il culmine di anni di maltrattamenti, iniziati già quando la famiglia viveva in Sardegna. Per l'avvocato Francesca Conte, Di Levrano non accettava la volontà di indipendenza della moglie. "I maltrattamenti sono peggiorati – racconta – quando la vittima iniziò a lavorare e prese la patente". (di Francesco Monti – RaiNews)