Trento. Omicidio Maria Rosca a Riva del Garda. Le motivazioni della condanna al compagno Ion Gavrila.
Per i giudici si è trattato di un delitto d'impeto. Dopo la caduta di Maria Rosca, Ion Gavrila è rimasto «indifferente», non ha chiamato i soccorsi e «non si è in alcun modo adoperato per prestare le cure» e aiutare la donna che aveva scelto come compagna. Avrebbe potuto «limitarsi a lasciarla», scrivono i giudici. Invece l'ha uccisa.
È uno dei passaggi salienti della sentenza della Corte d'Assise di Trento che lo scorso febbraio ha condannato il quarantanovenne romeno, ancora a piede libero nel suo paese, a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Maria Rosca, 46 anni, moldava.
La donna, madre di tre figli, è morta la sera del 30 maggio 2022 dopo un volo di 15 metri. La vittima era precipitata dal terzo piano della palazzina di via Fiume a Riva del Garda dove viveva. Inizialmente la tragedia era stata archiviata come suicidio, ma le indagini erano state riaperte trasformando il caso in un'accusa per femminicidio.
Nelle motivazioni della sentenza il collegio, attraverso le testimonianze, i filmati di video sorveglianza e, soprattutto, la consulenza tecnica dell'ingegner Igor Gonnella, nominato dal pm Fabrizio De Angelis, ricostruisce la tragedia. «Gavrila ha sollevato la persona offesa e le ha fatto fare un volo di 15 metri». Quella sera, secondo quanto ricostruito, Ion Gavrila e Maria Rosca avevano litigato in modo violento.
La donna – hanno ricostruito gli investigatori – era alla finestra perché stava fumando una sigaretta. Poi la discussione animata. I giudici escludono in modo netto l'ipotesi del suicidio. «Se la vittima fosse salita, da sola, sul davanzale, certamente si sarebbe sentita la voce di Gavrila, chiedere spiegazioni, provare a fermarla». Non è stato così. «I pochi secondi di silenzio, peraltro, risultano incompatibili» con il tempo che sarebbe servito a Maria Rosca per salire sul davanzale.
La Corte ha riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti all'aggravante di avere commesso il fatto contro una persona con la quale conviveva in modo stabile, sulla base del comportamento processuale dell'imputato e del fatto che ha agito d'impeto. (di Dafne Roat – Corriere.it)