Voce su Cristina Maioli
La Chiesa di Santa Maria Crocifissa di Rosa a Brescia dove sono stati celebrati i funerali della professoressa Cristina Maioli (su concessione di BeWeB - Beni Culturali Ecclesiastici in Web)
Cristina Maioli, 62 anni, fu trovata morta il 5 ottobre 2019 nell'abitazione in cui risiedeva a Brescia. A uccidere la donna fu il marito Antonio Gozzini, 79 anni. La sessantaduenne era un'insegnante dell'istituto tecnico industriale statale Benedetto Castelli di Brescia. Anche l'uomo, pensionato, aveva lavorato come professore nella stessa scuola.[1][2]
Il settantanovenne, nel corso della giornata del 5 ottobre, aveva telefonato ad una vicina di casa riferendole di avere tolto la vita alla moglie e di volersi suicidare. Dopo avere allertato i soccorsi, il cadavere della vittima fu rinvenuto nell'appartamento con numerose ferite d'arma da taglio. Gli agenti della Polizia, giunti sul posto, presero in custodia il pensionato che presentava leggere lesioni sul corpo in seguito ad un tentativo di autolesionismo.
Sottoposto a fermo e interrogato dagli inquirenti, l'uomo aveva confessato le proprie responsabilità, non riuscendo però a spiegare il motivo dell'uccisione della coniuge. Nei giorni successivi, di fronte al giudice per le indagini preliminari, l'anziano si avvalse della facoltà di non rispondere e nei suoi confronti fu confermata la custodia cautelare in carcere.[3] Secondo le ricostruzioni, negli ultimi tempi Gozzini era in cura perché soffriva di depressione. Considerato lo stato confusionale in cui versava il settantanovenne, gli inquirenti ipotizzarono l'incapacità di intendere e di volere.
L'esame autoptico sulla salma della vittima stimò il decesso della signora Maioli durante la notte tra il 3 e il 4 ottobre 2019, quando il marito l'aveva aggredita nel letto mentre lei stava dormendo. La sessantaduenne fu colpita più volte dall'uomo, prima con un mattarello, poi con circa otto coltellate. Si rivelò fatale il fendente alla giugulare.
Dopodiché Gozzini rimase con il cadavere in casa per circa una giornata e mezza, durante la quale lui stesso ammise di avere vegliato sul corpo senza vita della moglie comportandosi normalmente, come se nulla fosse successo. Salvo poi tentare il suicidio durante la giornata di sabato 5 ottobre 2019, quando aveva segnalato a una vicina che la coniuge era stata uccisa.[4][5]
L'anziano fu sottoposto a una perizia psichiatrica. Il consulente della Procura di Brescia e il perito nominato dalla difesa concordarono sul fatto che il pensionato non fosse in grado di intendere e di volere nel momento del delitto perché era "affetto da allucinazioni e da un disturbo delirante di gelosia che avevano stroncato il suo rapporto con la realtà e determinato un irrefrenabile impulso omicida". In particolare, l'uomo si era erroneamente convinto che la moglie lo avesse tradito. Un tradimento di cui non vi era alcun riscontro oggettivo.
La consulente di parte civile, invece, ritenne che la valutazione dei suddetti periti fosse inattendibile, poiché gli accertamenti psichiatrici furono effettuati in modo incompleto. Il magistrato titolare del fascicolo d'inchiesta si allineò alla tesi dell'esperto di parte civile, non concordando con il consulente nominato dalla stessa Procura e rigettando dunque l'iniziale ipotesi della mancanza di lucidità del settantanovenne nel momento del delitto.
Dunque, alla chiusura delle indagini, fu chiesto il rinvio a giudizio per Antonio Gozzini con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, la crudeltà e l'aver commesso il fatto ai danni della coniuge. L'istanza fu accolta dal giudice per l'udienza preliminare che ritenne il pensionato in grado di affrontare il processo.[6]
Il 9 dicembre 2020 la Corte d'Assise di Brescia aveva assolto l'imputato dalle accuse contestate. La sentenza riconobbe il vizio totale di mente per disturbo delirante di gelosia, in accoglimento della tesi difensiva secondo cui Gozzini era incapace di intendere e di volere.[7] Per l'uomo, ritenuto pericoloso e fino ad allora detenuto in carcere, fu disposta la reclusione in una struttura specializzata per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).[8][9]
Il verdetto suscitò numerose proteste e indusse la stessa Corte a emanare, il giorno successivo, una nota di spiegazione della decisione intrapresa, in attesa delle motivazioni ufficiali. Secondo quanto stabilito dai periti e condiviso dai giudici, l'imputato "non era geloso", ma piuttosto affetto da una patologia denominata disturbo delirante di gelosia.[10] Secondo la definizione tecnica fornita dai manuali di psichiatria, la suddetta patologia era caratterizzata da false credenze fermamente mantenute nel tempo, senza altri sintomi di psicosi.[11]
I giudici della Corte d'Assise di Brescia precisarono poi, nelle motivazioni della sentenza, che era doveroso tenere distinti i profili del "movente di gelosia" dal "delirio di gelosia". Quest'ultimo rappresentava una situazione patologica da cui conseguiva una radicale disconnessione dalla realtà, tale da comportare uno stato di infermità che escludeva l'imputabilità in ragione di un elementare principio di civiltà giuridica.[12]
Il 25 marzo 2022 la Corte d'Appello di Brescia confermò la sentenza di primo grado.[13][14] Il verdetto di assoluzione fu reso definitivo nel gennaio del 2023 dalla Corte di Cassazione.[15][16]