Il femminicidio rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne (spesso in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale) allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte.

Il femminicidio di Vjosa Demcolli a Reggio Emilia

Vittima:
Vjosa Demcolli
Killer:
Clirim Fejzo
Località:
Reggio Emilia
Data:
18 ottobre 2007
Uno scorcio di Piazza del Duomo a Reggio Emilia

Uno scorcio di Piazza del Duomo a Reggio Emilia (su concessione di Depositphotos)

Voce su Vjosa Demcolli

Uno scorcio di Piazza del Duomo a Reggio Emilia

Uno scorcio di Piazza del Duomo a Reggio Emilia (su concessione di Depositphotos)

Il 17 ottobre 2007 Vjosa Demcolli, 37 anni, e il marito Clirim Fejzo, 40 anni, si trovavano nell'aula 6 del tribunale di Reggio Emilia per un'udienza di separazione. L'uomo ebbe l'avventatezza di recarsi sul posto armato di pistola, indisturbato, senza che nessuno glielo impedisse. All'epoca infatti nei tribunali non vi era alcun controllo all'ingresso, nemmeno un metal detector.‍[1][2]

A un certo punto, mentre nell'aula delle udienze erano presenti anche i familiari, tra cui le due figlie della coppia, di 16 e 12 anni, il quarantenne cominciò a sparare all'impazzata. Colpì con tre proiettili l'ex compagna, ferendola gravemente. La vittima, ancora in vita, fu trasportata all'ospedale di Santa Maria Nuova, dove morì il giorno seguente, dichiarata clinicamente morta.‍[3][4]

Feizo uccise anche il cognato che si era buttato su di lui nel tentativo di strappargli l'arma dalle mani, non prima di aver fatto fuoco anche sull'avvocatessa della moglie, colpendola ad una spalla. Sul posto si precipitarono due agenti dall'aula 8, ma il quarantenne fece fuoco su uno di loro, ferendolo ad un ginocchio, dopo aver utilizzato un secondo caricatore. Si contarono un totale di circa 25 spari. Alla fine però dovette soccombere sotto gli i colpi del secondo poliziotto, che lo uccise.

La coppia era originaria dell'Albania. L'uomo era impiegato nel settore edile e si era trasferito in Italia nel 1997. Da 7 anni risiedeva a Reggio Emilia. Proprio nel capoluogo emiliano avevano convissuto lui e la moglie, fino alla separazione, alla quale seguì il procedimento legale di divorzio. La donna da almeno un anno risiedeva presso la "Casa delle donne", un centro antiviolenza di Reggio Emilia, proprio per le violenza del marito che non accettava l'idea di allontanarsi da lei. L'avvocatessa della vittima riferì: "Gliel'aveva giurata, aveva detto che l' avrebbe ammazzata. Ci sono state tante denunce".

Molto avrebbe inciso nell'ulteriore deterioramento del rapporto la questione dell'affidamento delle figlie. Un episodio in particolare rappresentò la goccia che fece traboccare il vaso: lui sarebbe andato a prendere una delle figlie a scuola, senza avvertire l'ex compagna, scatenando un ennesimo furioso litigio tra i due. Una delle figlie, nonostante le continue violenze del padre, prese le sue difese e ammise che la madre era una despota e che per anni lo avrebbe esasperato. Tuttavia, dopo aver appreso della morte della madre, cambiò atteggiamento.

La vicenda ai tempi suscitò un grosso clamore per il basso livello di sicurezza degli uffici giudiziari italiani. Infatti furono successivamente adottate nuove misure per l'ingresso nei tribunali, tra cui controlli più serrati e l'installazione di metal detector.

Uno scorcio panoramico dall'alto di Reggio Emilia

Uno scorcio panoramico dall'alto di Reggio Emilia (di Paolo Picciati, licenza CC BY-SA 3.0)

Nel 2018 la Corte di Cassazione, dopo ben undici anni di battaglia legale, aveva rigettato il ricorso del Ministero della Giustizia, confermando così la sentenza della Corte d'Appello di Bologna, emessa nel settembre 2015, che aveva condannato lo Stato a risarcire i familiari della vittima per i mancati controlli in tribunale. Il Ministero tentò di far ricadere le responsabilità sul Comune di Reggio Emilia, proprietario dell'immobile.

Nelle motivazioni della sentenza, i giudici sottolinearono che l'omicidio si era verificato in tribunale e tale edificio non era protetto dall'installazione di metal detector o di un adeguato sistema di controllo all'interno dei locali. Se tali meccanismi di prevenzione fossero stati adottati, l'evento non si sarebbe verificato. Tra l'altro i palazzi di giustizia non possono essere ritenuti equipollenti a qualsiasi altro edificio pubblico.

Infatti, trattandosi di un luoghi caratterizzati, proprio per le attività espletate, da una naturale conflittualità, l'obbligo di protezione dell'incolumità dei presenti all'interno di tali edifici non può essere realizzato con modalità equivalenti a quelli di altri uffici pubblici.‍[5]

Note

  1. Separazione in tribunale, il marito spara. Corriere.it. Archiviato dall'originale.
  2. No al divorzio, spara in tribunale il cognato muore, lui viene ucciso. la Repubblica. Archiviato dall'originale.
  3. Spari in aula, la moglie clinicamente morta. la Repubblica. Archiviato dall'originale.
  4. Reggio Emilia, è morta la moglie del killer. quotidiano.net. Archiviato dall'originale.
  5. Strage in tribunale. La Cassazione condanna lo Stato al risarcimento. Gazzetta di Reggio. Archiviato dall'originale.

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