Voce su Barbara Novelli
La Piana di Sarzana vista dal Monte Caprione (di William Domenichini, licenza CC BY-SA 3.0)
Il 24 novembre 2000, Barbara Novelli, infermiera di 29 anni, fu uccisa in un'aula dell'Università di Pisa dal marito Fabio Ciaralli, 38 anni, infermiere anche lui. I due non stavano più insieme dal giugno di quello stesso anno e avevano in progetto di separarsi,[1] anche se la pratica di divorzio non era ancora iniziata e lui sperava in una riconciliazione.[2]
La mattina del delitto, Barbara Novelli stava assistendo ad una lezione nel dipartimento di biomedica a Pisa, alla facoltà di Odontoiatria. Voleva diventare una dottoressa. L'aula era affollata, mentre la giovane sedeva vicino all'allora compagno, Alberto Benedetti, 28 anni. In quei frangenti un individuo con un cappuccio in testa passò davanti alla portineria e filò dritto verso l'aula. La lezione era tenuta dall'insegnante di igiene Egle Levré. Di fronte alla cattedra, due file di banchi. Era tutto tranquillo, fuori pioveva, una pioggia fitta fitta, erano le 10:15.
Ciaralli bussò alla porta, ma non aspettò l'invito ad entrare. "Voglio parlare con Barbara Novelli e col suo nuovo fidanzato". Il tono era allarmante, la frase sbalorditiva, per il tono e le circostanze. Si diresse quindi verso la moglie, che stava seduta affianco all'amico, dall'altra parte dell'aula. A quel punto Ciaralli sfilò due pistole, due semiautomatiche detenute legalmente per praticare l'hobby del tiro al poligono. Nonostante la ventinovenne gli avesse chiesto di uscire per parlare, lui le sparò almeno dieci colpi, tutti quelli che aveva nei caricatori, mirando in testa e colpendola in più parti del corpo.
Poi la trafisse al ventre, con i pugnali che tirò fuori dopo che le pistole avevano terminato i proiettili. Non risparmiò neanche il nuovo compagno ed uno studente che aveva provato l'eroica impresa di bloccarlo. Il tutto tra il "fuggi fuggi" generale degli altri studenti. Alla fine Ciaralli puntò i coltelli su sé stesso, nel tentativo di suicidarsi. Alcuni rimediarono lievi ferite, altri furono ricoverati in prognosi riservata, ma riuscirono a sopravvivere, tranne la povera Barbara Novelli.[1]
La giovane era originaria di Sarzana, in provincia di La Spezia. Ciaralli invece veniva da Roma. Due personalità opposte, il giorno e la notte. Si conobbero in ospedale, dove lei già lavorava, mentre lui era appena arrivato, trasferitosi dall'ospedale di Cinisello, in provincia di Milano. Gliela presentarono, lei subentrò al cambio di turno della prima giornata di lavoro di lui. Gli piacque subito e la corteggiò, lei glielo lasciò fare.
Scoppiò la passione e si sposarono nel 1996, in Comune con rito civile. Insieme e con la valigia sempre in mano, girarono da un ospedale all'altro, fino ad arrivare a Sarzana, città di Barbara Novelli. Presero casa in centro. Lei lavorava, studiava, sempre la prima a tutti i concorsi. Lui pure lavorava, ma senza dannarsi l'anima e pure con qualche rimbrotto. Nel tempo libero coltivava il suo hobby, scappando alla prima occasione al poligono, con le due semiautomatiche. Erano proprio diversi, caratteri opposti, hobby differenti, ma avevano un progetto romantico comune, costruirsi una barca, ricavata da un rottame trasportato l'inverno prima dell'omicidio, nel giardino della mamma della ragazza.
La vita coniugale filava liscia, nessuno aveva mai sentito un litigio. Poi qualcosa si ruppe nel giugno del 2000. Lei si allontanò con il desiderio di laurearsi, forse anche perché interessata ad un altro uomo, lo stesso che le sedeva accanto il giorno dell'omicidio: Alberto Benedetti, a cui si appoggiava quando stava a Pisa, dove iniziò a lavorare in uno studio odontoiatrico.[2] D'altronde la ventinovenne voleva diventare medico odontoiatra e la mattina del delitto seguiva proprio una delle tante lezioni del nuovo anno accademico. Sicuramente sarebbe riuscita anche in questo suo sogno, lei descritta da tutti come una ragazza modello, diplomandosi con il massimo dei voti, diventando un'infermiera e vincendo più di un concorso.[3]
Il 5 marzo 2002, Fabio Ciaralli venne condannato in primo grado a 28 anni di reclusione. La sentenza accolse la tesi della pubblica accusa, secondo cui l'imputato era in grado di intendere e di volere nel momento del delitto. La difesa invece aveva sempre sostenuto l'infermità mentale del proprio assistito, anche in relazione al fatto che, durante la sua detenzione, l'uomo aveva più volte tentato il suicidio.[4]
Non si ebbero notizie di eventuali ricorsi in Appello e Cassazione.