Voce su Mary Cirillo
Mary Cirillo, 31 anni, fu uccisa dal marito Giuseppe Pilato, 30 anni, il 18 agosto 2014 nell'abitazione in cui la donna risiedeva a Marina di Monasterace in provincia di Reggio Calabria.[1]
Uno scorcio del lungomare di Monasterace in provincia di Reggio Calabria
Il delitto si consumò nel tardo pomeriggio, al culmine di una violenta lite sentita anche dai vicini di casa. L'uomo aveva sparato due colpi di pistola all'indirizzo della moglie. Nell'appartamento era presente anche il figlio più piccolo della coppia, che però dormiva nella culla. Il trentenne si allontanò dal posto insieme al bambino, lasciandolo nell'abitazione dei nonni, poi fece perdere le sue tracce. Più tardi tornò a casa la figlia primogenita che scoprì il corpo senza vita della madre e lanciò l'allarme.
I Carabinieri si misero subito sulle tracce dell'omicida, rimasto in fuga per diversi giorni. Il trentenne si costituì spontaneamente alla caserma di Monasterace il successivo 23 agosto, riferendo di non ricordare nulla di quanto accaduto.[2] La coppia aveva quattro figli, ma negli ultimi tempi il loro matrimonio era in crisi. L'uomo respinse tutte le accuse, proclamandosi innocente, ma secondo gli inquirenti avrebbe premeditato l'omicidio della moglie. Già diversi giorni prima del delitto le aveva inviato un SMS: "Ti uccido".
Il 9 novembre 2016, al termine del processo di primo grado, Giuseppe Pilato fu condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Locri.[3] Il 14 giugno 2018, nel corso di un'udienza del processo d'Appello, l'imputato aveva confessato per la prima volta il delitto.[4]
L'uomo rese dichiarazioni spontanee in aula e raccontò di avere lasciato la casa coniugale nel dicembre del 2013, in accordo con la moglie per essere seguito dalla madre nella propria terapia farmacologica. Infatti Pilato ai tempi era in cura presso uno psichiatra di Catanzaro, il quale gli aveva somministrato neurolettici e antipsicotici dopo avergli diagnosticato un "delirio di gelosia". L'uomo era ossessionato dall'idea che Mary Cirillo potesse tradirlo.
In ogni caso, il trentenne si recava quasi tutti i giorni a casa della coniuge, e lo fece anche nel pomeriggio del 18 agosto 2014. In quell'occasione, tra le mura domestiche, i due ebbero una discussione sui presunti tradimenti. A suo dire, la donna nel corso dell'alterco gli avrebbe confermato l'esistenza di una relazione extraconiugale, essendo anche in procinto di lasciare la Calabria per andare a vivere in Germania insieme al nuovo compagno, portandosi dietro pure i quattro figli. A quel punto l'imputato disse di "non avere capito più niente".[4]
Il trentenne si recò a prendere una pistola, custodita in un armadietto allocato presso lo sgabuzzino dell'abitazione. Mary Cirillo forse si era resa conto delle intenzioni del marito e provò a scappare dell'appartamento. Pilato, però, si piazzò davanti alla porta e sparò due colpi in rapida successione, togliendole la vita. Subito dopo prese il figlio di due anni, che dormiva nella culla, e si recò a casa dei nonni. Poi si diede alla latitanza. Cinque giorni dopo, l'omicida telefonò al suo avvocato affinché lo raggiungesse alla stazione ferroviaria di Badolato. Fu lo stesso legale, nelle ore successive, ad accompagnarlo dai Carabinieri.[4]
Nel corso del dibattimento, Giuseppe Pilato fu sottoposto ad una perizia psichiatrica che lo aveva valutato capace di intendere e di volere nel momento del delitto.[5] Il 28 novembre 2018 la Corte d'Appello di Reggio Calabria ridusse la pena dall'ergastolo a 26 anni di reclusione. Il verdetto escluse l'aggravante della premeditazione e concesse all'imputato le attenuanti generiche equivalenti alle restanti aggravanti contestate. L'uomo era anche accusato di violenza sessuale pluriaggravata e detenzione illegale di arma da fuoco, ma per questi reati fu assolto.[6]
L'11 dicembre 2019 la Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado con rinvio in Appello, limitatamente al trattamento sanzionatorio e, in particolare, ai benefici derivanti dalla concessione del rito abbreviato.[7] Nel settembre del 2020 la nuova pronuncia della Corte d'Appello di Reggio Calabria aveva rideterminato la condanna a 17 anni e quattro mesi di reclusione per l'imputato, comprensivi dello sconto di un terzo della pena previsto dal rito abbreviato.[8][9]